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Amatori: l'unica sfida con se stessi
Salto nel vuoto

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di Ferdinando Balzarro

Considerato che questa è una rivista di arti marziali e che, con buone probabilità, chi mi sta leggendo è un praticante di arti marziali, e con altrettanta probabilità un appassionato di karate, è proprio sulla scelta di tale disciplina piuttosto che di altre che intendo soffermare l’attenzione e stimolare talune riflessioni. Proviamo a ricordare cosa ha attraversato la nostra mente, quali pensieri si spintonavano nel cervello quando per la prima volta abbiamo varcato l’austera soglia di un dojo. Se per comodità di ragionamento non ci occuperemo di tutti questi casi in cui il karate rappresenta solo un modo come un altro di farsi una sudata e magari perdere qualche chilo, mi pare piuttosto evidente che dietro quell’iscrizione al primo corso di cinture bianche si celavano ben altre e più ambiziose aspettative piuttosto che il semplice desiderio di mantenersi in forma, o passare il poco tempo non consacrato alla professione a sferrare calci e pugni nel vuoto o verso un compagno che non può essere toccato. Dietro quella iscrizione al primo corso principianti si celava il, non so quanto consapevole, desiderio di intraprendere un’attività capace, per sua natura e filosofia, di coinvolgerci fino a divenire un vero e proprio punto di riferimento, ovvero uno dei più importanti strumenti di conoscenza e miglioramento individuale in grado di accompagnarci per tutto il resto della vita.

Per tutto il resto della vita”. Proprio qui sta il nocciolo della questione! Eccola manifestarsi con assoluta chiarezza la sostanziale differenza che contraddistingue la pratica di un’arte marziale (quale è il karate) rispetto al puro sport (ancorché valido da qualunque punto di vista lo si voglia considerare). Ma permettetemi subito di sgombrare il campo dal solito sospetto di farmi apostolo e portavoce di quella sterile polemica, viziata da finalismo, nei confronti del karate inteso come sport.

Io nutro una straordinaria ammirazione per gli atleti preparati con professionalità e competenza dai loro validissimi allenatori. Ho grande stima e rispetto per il lavoro cui si sottopongono, gli enormi sacrifici, la tenacia, i rischi, le delusioni a cui vanno incontro. Ammiro il loro coraggio, il grande autocontrollo, la loro destrezza, la loro intelligenza tattica e quella commozione, quelle lacrime chiare versate sul gradino più alto del podio. Mi inchino innanzi alla loro instancabile capacità di soffrire e di lottare fino all’ultimo per ottenere il risultato che si sono preposti. Dopo questo doveroso e convinto omaggio alla componente agonistica del karate che ritengo essenziale al suo sviluppo e per la sua diffusione, ritorno al tema centrale del mio ragionamento.

Sono in tanti. L’età media è alta. La passione grandissima. Quasi mai il loro passato ha conosciuto la gloria del campo di gara. La loro caratteristica principale è la costanza e l’umiltà di apprendere. Vengono classificati con un termine che, in circostanze diverse, evoca ben altre qualità o decanta invidiabili performance. Amatori: così sono infatti definiti tutti coloro che, per le ragioni più disparate, da innumerevoli anni continuano ad allenarsi con regolarità senza alcuna ambizione agonistica o fanatici intenti bellicosi.

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