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C'era una volta... ieri!

di Franco Franchi

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Nino Tammaccaro – Il guerriero inconsueto

Era stato tra i primi a cogliere il fascino avvincente del karate come lo proponeva, fuori dagli schemi risaputi di una marzialità esoterica, il maestro Hiroshi Shirai, arrivato senza clamori ma con un ferreo e ragionato programma di proselitismo e diffusione della disciplina. Esuberante, spontaneo, irruente, bizzarro ed imprevedibile, Nino Tammaccaro aveva scoperto nel karate la possibilità di esprimersi secondo schemi gestuali che corrispondevano perfettamente alla sua personalità. Perché il maestro Shirai, pur nel rispetto del rigore tecnico più intransigente non proponeva un karate mistico ed impenetrabile come i maestri che lo avevano preceduto con apparizioni saltuarie.

Voleva, prima di tutto, atleti vigorosi e tenaci che sapessero esprimere anche fisicamente i significati concreti di certi valori che una mitologia deviante relegava nella mistica sfera dello spirito. Non fu difficile per Nino inserirsi nel gruppo ristretto dei fedelissimi del maestro: di coloro, cioè, che riuscivano a rappresentarne visivamente il messaggio nel modo più aderente alla sua verità. C’era un limite in loro ed era quello di essere fatalmente la fotocopia, nel senso più ampio del termine di chi li addestrava. Anche perché avevano acquisito il fondamentale principio marziale della disciplina in forza del quale l’insegnamento non ammette deviazioni o correzioni operative.

Un concetto che urtava fatalmente con l’esuberanza caratteriale di Nino Tammaccaro abituato ad esprimersi senza mediazioni, seguendo le umoralità del suo istinto per certi versi simpaticamente animalesco. E questo lo metteva in una posizione anomala nei confronti della testuggine pretoriana degli adepti che, al pari del maestro, accettava spesso con malcelata insofferenza le iniziative del solista. Perché proprio tale finiva per essere questo gladiatore irruente che, pur apprezzando le interiorità filosofiche della gestualità, finiva sempre per dare più spazio agli aspetti esteriori della disciplina. Per un destino singolare, Nino Tammaccaro fu sempre quello che seppe sacrificarsi con impegno fisico più elevato. Nessuna fatica lo spaventava ma quello che maggiormente lo realizzava era la spettacolarità dell’esibizione dove poteva esprimersi compiutamente la creatività della sua fantasia gratificata dall’applauso degli ammiratori. Anche nelle competizioni, Nino rinunciò sempre per vocazione alle strategie, ai tatticismi, alla ricerca della tecnica preziosa e rifinita: sarebbe stata per lui una mortificazione insopportabile. Vinse raramente anche per questo ma la generosità dei suoi combattimenti gli guadagnò la simpatia e l’ammirazione di uno stuolo di fedelissimi conquistati proprio dal fascino dell’eroe perdente al quale va il premio della nobiltà della sconfitta.

Furono quelli che lo seguirono quando, per primo, seppe affrancarsi dalla magnetica personalità del maestro Shirai rifiutandosi di seguirlo nella nuova compagina federale quando le ragioni della politica imposero lo scioglimento della struttura organizzativa originaria. E Nino Tammaccaro divenne il corifeo dell’autodifesa di cui rimane l’interprete più originale seguendo schemi assolutamente al di fuori di quelli codificati. Si può dire, magari forzando enfaticamente le cose, che Nino Tammaccaro è il fondatore, il caposcuola, dell’autodifesa sportiva in opposizione a quella tradizionale.

L’incisività estemporanea del comando rispetto alle tattiche ragionate dell’esercito regolare.

Questa è la caratteristica primigenia di uno dei protagonisti più apprezzati della breve ma intensa storia del karate italiano di cui ha scritto qualche pagina ruvida: coraggiosamente.

Per gentile concessione della rivista Samurai
Mese di Ottobre - Anno 1988
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