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Anni luce fa - Mille calci... mille pugni

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di Ferdinando Balzarro

Come ben sappiamo, salvo l’origine riconducibile alla rurale isola di Okinawa (per sei secoli pacificamente colonizzata dal fastoso impero cinese), il karate (quello tuttora praticato) si è formato culturalmente e tecnicamente in Giappone e giapponesi erano i maestri che agli inizi degli anni 60, come veri e propri missionari, partirono alla volta dell’Occidente (peraltro non nuovo a farsi volentieri sedurre da esotismi di vario genere) con il preciso scopo di divulgare l’arte di cui, ancorché molto giovani, già incarnavano lo spirito. E non dimentichiamo che il Giappone era conosciuto soprattutto come la terra del duro medioevo samurai, dei piloti kamikaze dell’ultima guerra mondiale, del teatrale harakiri di Yukio Mishima, nonché patria di misteriose e letali arti di combattimento a mano nuda, i cui primi libri e in bianco e nero giunti in Italia mostravano spesse tegole e coriacee tavolette di legno ed enormi blocchi di ghiaccio, frantumarsi sotto i colpi del taglio della mano o punta delle dita o del gomito o del tallone, e addirittura del solo utilizzo della testa.

Quando il giovane Hiroshi Shirai approdò a Milano era un ventottenne appena uscito trionfatore dai Campionati giapponesi nella specialità del kumite battendo in finale, con un fulminante mai-geri, il grintoso e potentissimo Enoeda. Non parlava italiano, sguardo impenetrabile, sorriso inesistente. La tecnica perfetta, l’impressionante velocità e precisione con cui sferrava calci e pugni, nonché la sconcertante durezza degli allenamenti e l’irresistibile carisma, crearono ben presto attorno alla sua persona la fama e il fascino che tuttora la circonda. Non credo desti meraviglia come tale figura abbia potuto incidere (nel bene e nel male) sulla mentalità della crescente moltitudine di allievi che si alternavano alle sue lezioni. Ma i semi attecchiscono là dove il terreno è fertile. Mi pare quindi evidente come il “terreno” specifico di quel particolare periodo storico si sia dimostrato adattissimo ad accettare e poi assorbire gli aspetti più estremi e a tratti incomprensibili di una cultura geograficamente tanto distante e psicologicamente così diversa, per non dire aliena alla nostra. Due volte alla settimana partivamo da Bologna alle ore 6 del mattino, con tutti i tempi e con ogni mezzo, per raggiungere la grigia e trafficata Milano e, alle 10 in punto, iniziare l’allenamento con il maestro. L’impegno è proseguito parecchi anni e per parecchi anni il mio cuore è sobbalzato e le budella si sono contorte all’idea di quello che di lì a poco mi avrebbe atteso. Gli episodi da raccontare sarebbero tanti così come tante sono state le volte in cui mi sono chiesto cosa mi spingesse a continuare. I miei compagni di quell’avventura possono comprendermi perché anch’essi, come me hanno conosciuto gli stessi stati d’animo, le stesse paure e la stessa cocciuta determinazione di non mollare. Troppe volte mi domando come sarei io adesso, e come la mia vita, se non avessi fatto certe esperienze. Un’altra persona... sì! Non so se migliore o peggiore, ma sicuramente oggi sarei un’altra persona. Mentre simile a un replicante disabile, senza più saliva nella bocca e con le braccia e le gambe dure come tronchi e le piaghe sotto i piedi, che insanguinavano il tatami proseguivo l’allenamento, io non smettevo di ripetermi che no... no... mai avrei sottoposto i miei allievi a quel supplizio... no... mai li avrei costretti a quell’estenuante prova di forza, mai li avrei indotti a quella perversa esibizione di tenacia.

E così è stato. Nessuno sotto la mia guida, anche gli allievi più anziani, ha mai più vissuto sulla propria pelle neppure la versione attenuata di quei drammatici momenti, quando non c’era solo l’immane fatica fisica con cui fare i conti, ma la subdola frustrazione psichica da dover controllare prima che qualche cosa di molto simile alla “follia” si impossessasse della mente. Ma attenzione! Proprio questo è il punto. Proprio qui si nascondono alcune risposte. Proprio questa parola “follia” che tanto ci spaventa, può fornire la spiegazione, capace in parte di sciogliere i nostri dubbi.

Da che mondo è mondo l’uomo, attraverso le vie più disparate, cerca il superamento dei limiti imposti dalla natura a tutto il creato. L’uomo infatti, pur facendone parte, non si è mai rassegnato a sottostare alle sue leggi, tant’è che molte cose un tempo apparentemente impossibili oggi rientrano nella più scontata normalità, e ci stuferemmo di fare esempi comprovanti tale affermazione. Tutto ciò lo si deve a una qualità, che sino a prova contraria gli animali non possiedono, ed èinvece tipica della specie umana: parlo dell’immaginazione. Se un giorno un uomo guardando il cielo solcato solo dalle aquile non avesse immaginato di librarsi lassù, nulla, neppure un semplice aquilone, si sarebbe mai levato in volo. Se un giorno un uomo osservando dal basso l’agghiacciante maestosità di una montagna non avesse immaginato di poterne raggiungere la cima, oggi le più alte vette del mondo sarebbero ancora inviolate, e con esse le terre e i mari sconosciuti e i ghiacci eterni dei poli e l’infinito spazio gremito di stelle.
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