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Anni luce fa - Mille calci... mille pugni

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di Ferdinando Balzarro

Il mito dell’invincibilità passa attraverso prove estreme.
La certezza di possedere il crisma della verità produce la scrupolosa e ostinata conservazione di un metodo.
Qualunque metodo si autoalimenta e rafforza con la costante e programmata reiterazione di se stesso.
L’evoluzione e il cambiamento sono destabilizzanti e contrari al raggiungimento dell’obbiettivo.
L’obbiettivo primario consiste nel garantire la sopravvivenza della peculiarità del metodo.
La sopravvivenza di un metodo si basa su questo fondamentale principio dogmatico.
Il dogma, in quanto tale, garantisce al metodo l’immunità dalle contaminazioni modernizzatici e dalle derivanti spinte progressiste.
Gli errori interpretativi, ancorché minimi, rientrano tra i normali rischi di “trasmissione” del metodo, per sua precipua natura, destinato a superare i confini del tempo.
Il puntiglioso rispetto delle tradizioni ritualistiche favorisce il suo processo di affermazione, omologandone permanentemente la rigida struttura metodologica”.
Tratto da Massa e Potere di Elias Canetti

Uno degli elementi mitologici tipici della storia del karate datato anni 60 riguarda soprattutto la durezza quasi sovrumana degli allenamenti cui venivano sottoposti gli ignari praticanti di quegli anni. Buona parte di chi abbia raggiunto un’età compresa tra i cinquanta e sessant’anni e cinga ai suoi fianchi la logora quanto gloriosa cintura nera, conquistata a suon di cazzotti in quell’epico periodo, molto probabilmente non si farà sfuggire l’occasione di raccontare, con studiato tono drammatico e altrettanto malcelato compiacimento, il famoso episodio dei mille calci e mille pugni (versioni più attenuate del medesimo fatto riducono a cinquecento i pugni e calci sferrati nel vuoto durante quel fatidico allenamento). Stando alle disparate testimonianze raccolte da “chi c’era” quella torrida mattina di agosto a Milano nel piccolo e spartano dojo di via Piacenza, avrebbero dovuto allenarsi contemporaneamente per lo meno un centinaio di persone, oltre naturalmente alla solenne presenza dei maestri Kase e Shirai. Se consideriamo che la pedana allora utilizzabile non superava la modesta misura di 50 metri quadri, salta agli occhi come qualche cosa non torni. E’ vero che esperienze del genere si sono ripetute in altre occasioni in altri luoghi, in diverse circostanze e con diversi adepti, ma non sfugge come il tramandarsi di taluni atti, ancorché particolarmente eclatanti, con lo scorrere del tempo e il progressivo deformarsi della memoria, si arricchiscano sempre più di nuovi particolari e convinti protagonisti.

Sta di fatto che quella mattina, rinchiuso nel dojo in compagnia di pochissimi e selezionati atleti, tra cui alcuni dal nome quasi leggendario come Luciano Parisi, Bruno Baleotti, e il “terribile” Ennio Falsoni, io ero lì. Lungi da me cercare di ammantare di orgogliosa eroicità gli accadimenti di quell’evento nei confronti del quale, tra l’altro, serbo il ricordo di sensazioni e sentimenti contrastanti. Inoltre sono convinto, come scrisse qualcuno, che “non esistono gli eroi, ma solo imprese eroiche, che uomini comuni sonocostretti dalla sorte a compiere”. E in effetti era l’inevitabile sorte di chi a quell’epoca per motivi diversi e con diversa fortuna, intraprendeva l’affascinante ed esoterica via del karate, quella di ritrovarsi a dover fronteggiare prove estreme che ora sarebbero bollate come prive di senso, deteriore esibizione di puro fanatismo, sorta di esaltata performance di menti malate. Però! Però… non me ne vogliano i convinti e un po’ scandalizzati sostenitori di questa tesi se, animato da sereno tentativo di comprendere, vi proporrò di calarvi assieme a me nel profondo e complesso contesto psico-culturale che influenzò mente e corpo dei praticanti del tempo (nonché per molti di loro le successive fondamentali scelte di vita) e che, una volta analizzato dall’interno, potrebbe rendere plausibili se non addirittura apprezzabili talune forme comportamentali oggi considerate assurde e pericolose, come tutte le esasperazioni. Né per questo intenderò schierarmi dalla parte di quei maestri (pochi per fortuna) che perseverano imperterriti nel proporre ai loro malcapitati allievi solo lezioni estenuanti, con la ferma convinzione che il tanto ambìto e decantato “miglioramento individuale” debba necessariamente passare per strade impervie, con l’ottusa fissazione che quando l’allenamento non ti costringe a sputare sangue, non è un vero allenamento.

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