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Là dove comincia la notte

di Ferdinando Balzarro

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Un caro amico e maestro da me molto stimato per il particolare carattere delle sue scelte di vita, un giorno mi raccontò, con la proverbiale e a volte disarmante tranquillità a lui tipica, l'episodio occorsogli pochi anni prima e che stava per costargli la vita. Eviterò di scendere nei particolari dell'accadimento, poiché servirebbero solo a distoglierci dal punto sul quale invece intendo focalizzare tutta la vostra attenzione. Tento di esprimere con mie parole il senso di ciò che Sauro Somigli (questo è il suo nome) mi disse.“Quando credetti di capire che non c'era più nulla da fare, provai a calmarmi ripetendomi: bene, caro Sauro, questo è il momento di vedere se tutti quegli anni trascorsi a dare calci e pugni, quegli anni di allenamenti di sudore e urla, e tutto quel tempo passato a sentirmi bravo e forte e superiore e capace di dominare la vita... vediamo! Ma sì... vediamo se veramente sono serviti a qualche cosa... oppure si trattava solo di fumo, e vana gloria, e facile coraggio da spendere a piene mani ben protetto dalle rassicuranti pareti del mio dojo?".

Quel giorno non era il “suo” giorno. Sauro se la cavò. Ma al di là dell’esito positivo della vicenda per lui fu naturale, in quel frangente estremo, compiere un enorme salto qualitativo rispetto alla più importante delle conoscenze: parlo della conoscenza di se stessi. E molte delle domande che egli si pose quando per pochi attimi la sua fronte fu sfiorata dall’ala gelida della morte, lì, in quel momento, trovarono risposta. A me piace pensare che la calma e la determinazione capaci di salvargli la pelle siano dipese, oltre che dal suo carattere e dalla buona sorte, anche da tutti quegli anni dedicati con passione, e fatica, e amore, allo studio delle arti marziali. Ma la vita, come del resto la temuta morte, sono molto più complesse di ogni possibile definizione. E tutte le volte che cerchiamo di semplificarle o ingabbiarle in rigide classificazioni, mischiamo di cadere nella banalità della retorica o del peggior luogo comune.

Né mai azzarderei stabilire un nesso forzato fra ciò che ci capita e le conseguenti immediate reazioni che ne derivano. Se vivere è difficile, è di gran lunga più difficile cercare di spiegare la propria vita. Infatti la seconda storia (vera) che mi appresto a raccontarvi e che mi riguarda personalmente perché vissuta sulla mia pelle, non ha spiegazioni plausibili salvo, ancora una volta, lasciarsi andare a libere interpretazioni che, in quanto tali, potrebbero risultare viziate proprio dai turbamenti che, in quegli istanti, mi stavano avvolgendo.

Era giugno, era giovedì, e faceva caldo. Un caldo non fastidioso come difficilmente può infastidire tutto ciò che si attende da tempo. Comunque il sole delle 11 surriscaldava senza alcun riguardo la liscia superficie di cemento verde su cui da circa mezz’ora si svolgeva il mio personale allenamento. Il giovedì mi allenavo da solo. Una scelta precisa atta a consentirmi di dedicare a me stesso tutta la concentrazione e l’attenzione necessaria all’esatta percezione dei movimenti, così come la profondità del respiro e il regolare pulsare delle arterie. Ma quel giovedì non ero solo. Un mio sbadato allievo aveva confuso il giovedì col venerdì quindi ritenni opportuno non rimandarlo a casa. Piombai a terra con un tonfo sordo che però mi apparve del tutto naturale e in totale sintonia con quanto stava accadendo. Il cuore si fece pesante, tanto pesante da farmi credere che volesse sprofondare nel petto prima di spezzarsi con un ultimo battito secco, rumoroso, definitivo. L’unica cosa a cui la mia mente fu dato di pensare, considerata la tragicità della situazione, fu la più strampalata e assurda che si possa immaginare: “No! Mi tocca morire proprio adesso... prima di finire l’allenamento...” Ammettiamo pure che l’ormai scarsissimo flusso sanguigno in grado di raggiungere il cervello abbia contribuito a obnubilarmi le idee; prendere però atto che l’ultimo ragionamento al cospetto della morte riguardasse il mio disappunto per l’impossibilità di poter concludere la seduta, non può esimermi dal provare perplessità per non dire imbarazzo. Buffo inoltre, come io debba la vita a un allievo distratto, alla sua prontezza nel chiamare l’ambulanza e, come sempre, alle bizzarrie del fato. Quando mi svegliai immerso nella funerea penombra della sala di rianimazione, intubato e trafitto dagli aghi delle flebo, percepii avvicinarsi minacciosa l’ombra della depressione.
... indietro top continua...
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